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SCCass (Italia) 9 octubre 2023

Numero

3

Sistemas jurídicos comentando

Italia, Francia, España

[ITALIA] Comentario de la Sentencia de la Corte di Cassazione italiana n. 28221 de 9 octubre 2023

 

Autonomia testamentaria, successione legittima e

incapacità di succedere come istituto di ordine pubblico

 

MAURO TESCARO

Università di Verona

 

La sentenza indicata in epigrafe concerne un caso tanto interessante quanto intricato, come dimostrato tra l’altro dalla decisione della Cassazione di compensare le spese di lite per la complessità dei temi dibattuti e per l’assenza di precedenti sulle questioni affrontate. Semplificando il più possibile al fine di considerare i soli elementi di fatto decisivi per i problemi di diritto successorio sui quali ci soffermeremo, accade quanto segue. Una signora muore nel 1875 lasciando un testamento con il quale dispone del suo patrimonio immobiliare in favore di un costituendo orfanotrofio femminile, effettivamente istituito pochi mesi dopo in quello stesso anno. Il testamento sottopone però l’attribuzione degli immobili all’orfanotrofio alla condizione risolutiva dell’effettivo perseguimento delle originarie finalità benefiche, precisando che, in caso di soppressione, alterazione o cambiamento di destinazione dell’ente, gli immobili sarebbero stati devoluti, anche in tempo remoto, agli eredi legittimi della testatrice. Evidentemente, vi è l’intenzione di creare un vincolo sine die, favorendo l’orfanotrofio ma solo finché esso rimanga operativo secondo le originarie finalità e in caso contrario devolvendo il patrimonio immobiliare a parenti anche lontani. Sembra che l’orfanotrofio svolga regolarmente le sue attività fino al 2004, quando sono invece introdotti significativi mutamenti anche di statuto ed è nominato dalla competente Regione un commissario straordinario, arrivandosi nel 2010 all’attivazione della procedura amministrativa per l’estinzione dell’ente. Di fronte a tale situazione, nel 2004 un (preteso, essendo in realtà contestata la dimostrazione del relativo status) parente di settimo grado della defunta, nato più di mezzo secolo dopo l’apertura della successione (nel 1929) da un genitore parente della defunta a sua volta nato vari anni dopo l’apertura della successione (nel 1889), agisce in giudizio per sentirsi dichiarare erede e conseguentemente proprietario degli immobili inizialmente attribuiti all’orfanotrofio, per avveramento della summenzionata condizione risolutiva.

Il giudice di primo grado accoglie senz’altro la pretesa attorea. Il secondo grado di giudizio, invece, si conclude con l’assegnazione dei beni ereditari allo Stato ex art. 586, attesa la mancanza di parenti entro il sesto grado. Nel terzo e ultimo grado di giudizio, la Cassazione conferma la sentenza di appello e quindi la citata assegnazione allo Stato sia pure rettificandone la motivazione, che risulta piuttosto incentrata sulla incapacità a succedere del parente di settimo grado.  


Per la soluzione del caso alla luce del diritto italiano sono essenziali due questioni: (i) quella, posta al centro della sentenza in commento, dei limiti alla libertà testamentaria con particolare riguardo alle esigenze di ordine pubblico sottese alla disciplina della incapacità a succedere; (ii) quella, solo accennata nella sentenza ma a sua volta decisiva, di come si perfeziona l’acquisto dello Stato in veste di erede. Emergono anche altre due rimarchevoli questioni di diritto successorio, che rimangono peraltro solo sullo sfondo della controversia, risultando entrambe irrilevanti per la decisione della stessa: (iii) quella del trattamento da riservare all’atto di ultima volontà che istituisca gli eredi legittimi del testatore; (iv) quella dei gradi di parentela rilevanti nella successione legittima.


Orbene, il Codice civile italiano del 1865, vigente al tempo della morte della testatrice, prevedeva l’incapacità di succedere (i) di «coloro che al tempo dell’apertura della successione non siano ancora concepiti» e di «coloro che non sono nati vitali» (art. 724, 1° co.), aggiungendo che «possono però ricevere per testamento i figli immediati di una determinata persona vivente al tempo della morte del testatore, quantunque non siano ancora concepiti» (art. 764, 2° co.). Il Codice civile italiano del 1942, ancora oggi vigente, contiene una disciplina assai simile a quella appena rammentata (art. 462), salvo l’omesso riferimento ai «nati vitali». Secondo la Cassazione, da tali previsioni, dirette a contemplare ipotesi tassative di incapacità giuridica assoluta, discende da un lato la radicale inefficacia (rectius, nullità per contrarietà all’ordine pubblico) di disposizioni testamentarie in favore di un incapace a succedere e dall’altro l’impossibilità di costui di succedere per legge, anche qualora si avveri una condizione risolutiva apposta alla prima istituzione di erede, in quanto in siffatta eventualità il chiamato successivo è comunque considerato erede dal momento di apertura della successione (art. 459) e dunque già da tale momento deve avere la relativa capacità.


Lo stesso vale per la rappresentazione, istituto importante e dettagliatamente regolato dalla legge italiana, sia nel Codice attuale (artt. 467-469) sia in quello previgente (artt. 729-735), la quale però può a sua volta operare solo a favore di chi sia capace di succedere nel momento di apertura della successione.


Ne deriva che chi intenda chiamare all’eredità (anche solo in subordine rispetto ad altri) propri parenti può istituire tra loro solo quelli che siano già nati o concepiti al tempo dell’apertura della successione oppure non ancora concepiti ma figli di altri parenti in vita in tale tempo. Per la decisione della lite in esame, diviene pertanto irrilevante verificare se si tratti di una successione testamentaria o legittima, così come se si applichi il Codice civile del 1865 o quello del 1942, perché comunque nel momento dell’apertura della successione mancava la capacità di succedere in capo al parente di settimo grado che agisce in giudizio per vedere accertata la sua qualità di erede.

La disciplina italiana dell’incapacità di succedere, nella misura in cui mira a impedire che il testatore possa imporre vincoli alla destinazione e alla circolazione dei suoi beni incondizionatamente e senza limitazioni di tempo, persegue una esigenza fondamentale dell’ordinamento giuridico ed è dunque di ordine pubblico. Questa affermazione è la più significativa della sentenza in esame, non constando che essa fosse mai stata formulata così chiaramente dalla precedente giurisprudenza. La sentenza concerne un caso puramente domestico e dunque parla di ordine pubblico senza ulteriori aggettivazioni, riferendosi a quello interno, ma non è escluso che, in una fattispecie presentante elementi di estraneità, il medesimo profilo possa rilevare anche con riguardo all’ordine pubblico internazionale di cui all’art. 64, lett. g, della l. n. 218 del 1995 e di cui a varie previsioni del regolamento UE n. 640 del 2012 (artt. 35, 40, lett. a, 59, par. 1, 60, par. 3, e 61, par. 3), sebbene applicandosi quest’ultimo provvedimento venga in rilievo una nozione di ordine pubblico internazionale (rectius, europeo) che il riferimento letterale alla sola manifesta incompatibilità (e non a qualsiasi incompatibilità) rende meno ampia di quella tradizionale italiana.


La Cassazione conferma quindi l’acquisto dell’eredità da parte dello Stato (ii), allineandosi alla conclusione già raggiunta dal giudice di appello. Tale istituto è nel diritto italiano troppo succintamente regolato (art. 586; di recente, una ulteriore disciplina di dettaglio è stata introdotta dai commi 1008 e 1009 dell’art. 1 della l. n. 178 del 2020 e dal d.m. n. 128 del 2022, con esiti comunque non pienamente soddisfacenti) e suscita varie questioni controverse.


Se da un lato la tesi da tempo dominante, e consolidata in giurisprudenza, è che lo Stato italiano acquista le eredità vacanti in veste di ultimo erede, non iure imperii come avviene per esempio in Francia, rimane dall’altro lato problematico soprattutto stabilire quando e come la fattispecie in discorso si perfeziona. A prima vista, l’art. 586, secondo cui «l’acquisto si opera di diritto senza bisogno di accettazione e non può farsi luogo a rinuncia», può far pensare a un acquisto immediato e automatico, come talvolta si afferma esplicitamente in dottrina. Vicende come quella in esame rendono però evidente che il citato automatismo non può concretamente verificarsi e che serve un qualche atto che formalizzi la veste ereditaria del potere pubblico, come confermato anche dall’indagine comparatistica. Pertanto, nell’attesa che auspicabilmente sia introdotta anche in Italia una riforma del tipo di quella spagnola del 2015 che renda la procedura puramente amministrativa, secondo l’opinione dello scrivente, al fine di completare la fattispecie complessa a formazione progressiva di cui all’art. 586, è sempre necessario un provvedimento giudiziale, proprio come avvenuto nel caso di specie.    

Sia pure solo sullo sfondo della controversia in esame, per la soluzione della quale non è essenziale, emerge poi la questione del trattamento da riservare al testamento nel quale il de cuius istituisca eredi i propri successibili legittimi (iii), questione che può essere assai delicata, per esempio, ma non solo, qualora intervengano riforme che modifichino l’ambito di tali successibili, come accaduto anche nel diritto italiano che è passato dal decimo grado di parentela del Codice civile del 1865 (art. 742, 2° co.) al sesto del Codice civile del 1942 (art. 572, 2° co.).


In favore della tesi secondo cui si tratterebbe di successione legittima potrebbe addursi una pretesa preminenza di valore della stessa su quella testamentaria, che però la dottrina italiana da tempo tende a negare. Poiché il carattere solo sussidiario della successione legittima è positivamente sancito (art. 457, 2° co.), in presenza di un testamento di tal fatta dovrebbe allora avere luogo la successione testamentaria. In questa prospettiva, si tende ad affermare che, qualora sopravvenga una modifica legislativa dell’ambito dei successibili, deve continuarsi a fare riferimento, per il tramite dell’atto di ultima volontà, alla disciplina vigente al tempo della redazione dello stesso. Non manca peraltro chi ritiene che, in applicazione analogica dell’art. 1367, nel dubbio sia invece da adottare l’interpretazione del testamento che conduce al massimo risultato utile, prospettiva questa che si ritiene possa condurre a preferire la disciplina vigente al tempo dell’apertura della successione.


Se al centro della vicenda rimane comunque la volontà testamentaria, la quale va desunta dall’atto di ultima volontà ma senza necessariamente fermarsi al suo tenore letterale, non dovrebbe radicalmente escludersi che, in un certo caso di specie, alla luce dei vari elementi interpretativi nello stesso eventualmente reperibili, l’istituzione da parte del testatore dei suoi eredi legittimi concerna in realtà ogni possibile parente, anche oltre qualsiasi limite legale.


Qualora peraltro il riferimento compiuto dal testatore alla successione legittima vada oltre i limiti di una semplice relatio c.d. formale, nella quale la volontà testamentaria rimane fondamentale salvo il richiamo alla legge per la sola determinazione dei soggetti e/o dell’oggetto, e si traduca invece in un rinvio all’intero regolamento della successione contemplato dalla legge (relatio c.d. sostanziale), secondo la tesi che pare più persuasiva il testamento risulterebbe intrinsecamente contradittorio (essendo illogico scegliere la successione testamentaria e, al tempo stesso, interamente la successione legittima) e quindi nullo in quanto insuscettibile di produrre effetti, avendo pertanto luogo la successione legittima nella disciplina in vigore al tempo della morte del de cuius.


Tutto ciò considerato, nel caso di specie, se non vi fosse stato il dirimente problema della mancanza di capacità a succedere, in nessun modo si sarebbe potuto fare riferimento alla disciplina della successione legittima in vigore al tempo dell’avveramento della condizione risolutiva (cioè del mutamento di destinazione dell’ente) e quindi escludere la chiamata ereditaria del parente di settimo grado sulla base del limite del sesto grado introdotto dal Codice civile del 1942.


Con più generale riguardo proprio alla questione, sia pure – vale la pena di ripetere – irrilevante per la decisione della lite in esame, del grado di parentela entro cui si può succedere per legge (iv), il diritto italiano, come già rammentato, è passato dal decimo al sesto grado e non mancano opinioni dottrinali che da tempo caldeggiano una ulteriore limitazione. Sembra che in questo stesso senso vada una più ampia tendenza internazionale, sebbene le soluzioni dei vari Paesi anche solo europei rimangano diversificate, come dimostrato, per limitarsi a un solo esempio, dal diritto tedesco, nel quale è ancora oggi prevista una successione illimitata dei parenti. In quest’ultimo modo si restringe l’ambito di applicazione della successione del potere pubblico e al tempo stesso si amplia la possibilità di intervento dei c.d. cacciatori di eredità, professionisti sempre più diffusi non solo in Italia che propongono a chiamati i quali ancora non sanno di esserlo la stipula di un contratto oneroso di rivelazione di segreto successorio, dal punto di vista italiano atipico ma in linea di principio valido ed efficace. A sostegno di discipline come quella tedesca può addursi l’opportunità di favorire il più possibile la famiglia, sia pure intesa in senso molto ampio. D’altra parte, i critici di simili discipline considerano discutibile e quantomeno de iure condendo da evitare il fenomeno del c.d. erede ridente, cioè del familiare lontano che ride in quanto, non avendo avuto alcun reale rapporto con il defunto, riceve per via successoria una fortuna inattesa e forse immeritata. Nonostante la diversa opinione di molti studiosi, il diritto italiano attualmente vigente, con il suo limite del sesto grado di parentela, sembra allo scrivente contemperare gli interessi della famiglia in senso ampio e del potere pubblico in modo tutto sommato ancora equilibrato.    


In conclusione, la sentenza qui commentata conferma due caratteristiche generali del diritto successorio non solo italiano. In primo luogo, tale diritto integra un complesso macchinario composto di molti ingranaggi di diversa consistenza che debbono però essere sempre coordinati tra loro affinché il macchinario stesso possa effettivamente funzionare. In secondo luogo, nella nostra materia più che in altre, si instaurano sovente controversie su fatti risalenti (anche se raramente così risalenti come nel caso in esame, in cui fino al 2023 si è litigato su una successione apertasi nel 1875), ciò che aumenta l’importanza degli strumenti giuridici (in questo caso, l’incapacità di succedere) in vario modo diretti a limitare la possibilità di risalire troppo indietro nel tempo.



En preparación...


[FRANCIA] Comentario de la Sentencia de la Corte di Cassazione italiana n. 28221 de 9 octubre 2023


[ESPAÑA] Comentario de la Sentencia de la Corte di Cassazione italiana n. 28221 de 9 octubre 2023

 


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